PARLARE O COMUNICARE: LA DIFFERENZA FA LA DIFFERENZA

Parlare o comunicare?

L’importanza e la necessità di una chiara ed adeguata comunicazione credo che si possa
dare per scontata non lo stesso si può dire per la riuscita della stessa.

Negli anni ho letto molti saggi e seguito numerosi seminari con differenti approcci per approdare a una comunicazione efficace e più approfondivo l’argomento, più si rafforzava in me la convinzione che comunicare è un’arte.

Da bambini, il nostro linguaggio si forma per imitazione/osservazione sulla base della comunicazione del contesto familiare con i suoi limiti e i suoi punti di forza; a scuola miglioriamo e impariamo in modo strutturato a scrivere e a esprimere il nostro pensiero in modo che sia comprensibile a tutti.

Tuttavia, secondo me, la lacuna maggiore in questi passaggi così importanti nella fase di crescita di un individuo è la quasi mancanza di attenzione alla comunicazione del proprio sentire interiore. Facciamo un passo indietro e cominciamo dal significato dei termini comunicare e parlare.

Comunicare

La parola di origine latina riporta al concetto del mettere in comune, da cummunis (cum insieme, munes dovere funzione). Comunicare è un dovere, una funzione sociale e una responsabilità personale e, soprattutto, un bisogno.

Parlare

Significa principalmente articolare suoni, manifestare con la voce la facoltà del linguaggio, è un’azione, ovvero l’espressione attiva di un concetto o pensiero.

In gran sintesi, parlare significa dire qualcosa a qualcuno, mentre comunicare significa interagire a tutti i livelli con qualcuno includendo l’ascolto attivo.

L’autore del metodo e del libro Le parole sono finestre oppure muri, Marshall B.Rosenberg dottore in psicologia clinica allievo e assistente di Carl Roger, ha sottolineato l’importanza di apprendere una comunicazione non violenta (abbreviata con la sigla CNV) per migliorare le nostre relazioni e la nostra stessa salute.

Dopo una prima favorevole sperimentazione nel suo lavoro come psicologo ha esteso questa metodologia a tutti i settori partendo dalla relazione di coppia, a quella con colleghi o superiori, a quella con figli in particolare nel periodo adolescenziale e così via ovunque la comunicazione è presente.

La comunicazione non violenta

Una comunicazione non violenta prevede che si tenga conto di quattro componenti principali:

1. osservazione
2. sentimenti
3. bisogni
4. richieste

Cosa dobbiamo osservare? Ciò che dicono e fanno le altre persone, naturalmente. Il segreto di questo particolare tipo di osservazione sta nel non introdurre nessun giudizio o valutazione rispetto ciò che accade. il secondo punto   è esprimere quello che ci piace e non ci piace, ma soprattutto  dire come ci sentiamo in relazione a ciò che abbiamo osservato. Il terzo punto è dire quali sono i nostri bisogni una volta che abbiamo compreso i sentimenti che abbiamo identificato nei punti precedenti. Un esempio esplicativo di questi tre passaggi è tratto dal testo prima citato:

«[…] una madre potrebbe esprimere questi tre elementi al figlio dicendo: Francesco quando vedo due paia di calze sporche sotto il tavolino da caffè e altre tre paia vicino alla tv, mi sento irritata perché ho bisogno di maggior ordine nelle stanze che utilizziamo in comune»

il quarto punto come si legge nell’esempio è  la richiesta  che viene espressa di conseguenza e con chiarezza, ed è  a questo punto che  si esprime ciò che vogliamo all’altra persona per migliorare la relazione.

Fino a qui, a parte la difficoltà di osservare senza giudicare e comprendere quale bisogno si cela dietro al nostro sentire, non è tanto diverso da quello che sono i dialoghi che conosciamo ma, come abbiamo sottolineato pocanzi, la differenza tra parlare e comunicare è data dall’ascolto.

L’ascolto è il segreto?

Nella Comunicazione non violenta, l’attenzione viene posta sul volgere ed ottenere ascolto anche dal nostro interlocutore stabilendo così un flusso di comunicazione da entrambe le direzioni. Con questi elementi, il nostro modo di comunicare acquista senz’altro ‘chiarezza’, ma la vera differenza è data da un ingrediente essenziale:  l’empatia.

Una definizione di empatia è:  Comprensione rispettosa di ciò che gli altri provano.
Ma anche “sentire dentro, mettersi nei panni”. A proposito di questo, trovo molto interessante lo spunto che ci arriva dalle neuroscienze e dallo studio eseguito dal dott. Rizzolati e dal suo team di ricerca rispetto ai neuroni specchio. approfondisci qui

Il metodo della comunicazione non violenta e la teoria neuroni specchio parlano dunque entrambi dell’empatia come di una capacità che favorisce e migliora le relazioni e di conseguenza la nostra vita.

 Cosa porta le persone a tanta incomunicabilità?

Ancora una volta, le cause dell’incomunicabilità, vanno ricercate nel concetto di cultura, nel bisogno di appartenenza etno-culturale e all’adesione di regole etiche e istituzionali.

Il risultato di questa combinazione è che anziché sviluppare una comunicazione empatica, nel tempo abbiamo introdotto un modello di comunicazione pregno di giudizi moralistici, di sentenze espresse sulla base di paragoni, di concetti di merito o demerito, pretese e soprattutto comunicazioni vaghe.

 Non ci prendiamo la responsabilità di ciò che viviamo, e così andiamo contro la nostra stessa natura per omologarci e sentirci parte di questa società.

La paura della diversità, o meglio della “nostra unicità”, viene sacrificata in nome di un bisogno di appartenenza che tuttavia, se vissuto in maniera adulta, può essere assecondato e mantenuto senza che ci limiti in modo eccessivo.

Clementina

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